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Esami di coscienza

  • Posted on settembre 27, 2015 at 09:45
esame di coscienza

esame di coscienza

Ognuno di noi, è arrivato ad un momento della propria vita e si è guardato intorno e si è fatto un esame di coscienza.

Cosa ho costruito?

Cosa ho lasciato indietro?

Cosa non ho finito?

Quale sogno ho lasciato nel cassetto fin’ora?

Queste sono alcune domande che personalmente mi sono posta.

In base al mio umore, se sono in un momento di pessimismo, sono più evidenti i fallimenti che gli insuccessi, ma dopo il primo minuto di sconforto, metto sul piatto della bilancia anche i successi.

Quello che oggi posso vedere come un fallimento, magari è solo l’inizio di un successo, è che non mi sono ancora data il tempo di rendere tale…

Nella vita, ogni giorno, si fanno scelte importanti che ci porteranno a compiere azioni diverse, quello che è importante è comprendere quale sia la meta finale, il viaggio che ci siamo prefitti su questa terra; per ciascuno di noi l’obiettivo è l’evoluzione personale e ognuno, in cuor suo, sa cosa è meglio fare. Forse non tutti gli attimi sono sereni e chiari… ma con il giusto atteggiamento la via si palesa davanti a noi.

Ho parlato recentemente con una conoscente che ha un buon lavoro, è affezzionata ai suoi colleghi e da vent’anni ricopre un ruolo fondamentale in un’azienda di medie dimensioni.

Quindi, a prio achito, si potrebbe pensare che questa signora è fortunata, ma parlandole insieme, ha sentito molto la difficoltà nel crescere la sua unica figlia poichè il suo impiego la tiene 10 e più ore fuori casa. Mi ha confessato che avrebbe tanto voluto avere un secondo figlio ma se già non aveva tempo per una, come avrebbe potuto crescerne due?

la ruota delle scelte

la ruota delle scelte

Lei ha scelto… ha scelto di non lasciare il suo lavoro. Le scelte non sono sempre facili, ma nel suo caso, forse è stata consapevole.

Ha tutta la mia comprensione perchè la nostra generazione (è poco più grande di me) è stata educata a vedere il lavoro dipendente come una manna dal cielo e quando se ne ha uno non è concepibile lasciarlo, per nessun motivo al mondo.

Chissà se fra vent’anni vedrà le cose nello stesso modo…

Il mio augurio è che accetti le scelte fatte con tutto l’amore possibile, per se stessa in primis e anche per le persone che ama.

Io nel frattempo, continuo a farmi esami di coscienza per vedere se “correggere il tiro” o se sto andando nella giusta direzione.

E tu?

Cos’hai provato quando hai letto le domande all’inizio di questo articolo?

Sei felice di dove sei ora?

Cambieresti qualcosa della tua vita? Se si, perchè?

Aspetto i tuoi commenti nel box qui sotto.

Con affetto,

Vanessa

La tomba

  • Posted on febbraio 6, 2015 at 15:38

Non restare davanti alla mia tomba a piangere, io non sono lì, non dormo

sono i mille venti che soffiano

sono i mille venti che soffiano

Ora sono i mille venti che soffiano.

Sono i riflessi scintillanti sulla neve.

Sono la luce del sole che fa maturare il grano.

Il linguaggio del Cuore

  • Posted on dicembre 11, 2014 at 15:32
il linguaggio del cuore

il linguaggio del cuore

Mi ritrovo spesso a parlare con persone arrabbiate con qualcuno a cui non hanno il coraggio di dire ciò che pensano.

Ancora una volta entra in gioco la paura. Ma “paura” di cosa?

Di confrontarci, ma soprattutto mi viene da pensare che il timore principale sia quella di far cadere la falsa immagine che ci siamo costruiti, di metterci a nudo, di farci vedere per ciò che siamo realmente.

La paura più grande è quella di mostrarci agli altri o a noi stessi?

Spesso taciamo per evitare lo scontro e ci nascondiamo dietro alla scusa di non voler ferire dicendo a noi stessi che è “meglio lasciar perdere”.. ma stiamo indossando la maschera del “perbenismo” mentre, in realtà, ripeto, abbiamo solo paura di mostrarci, di far vedere quello che pensiamo veramente.

Eppure, se iniziassimo a frantumare queste maschere, a dire ciò che veramente sentiamo, inizieremmo a liberarci da quella rabbia che ci opprime e ci blocca, apriremmo porte verso una comunicazione più autentica.

Anche perchè forse siamo arrabbiati più con noi stessi che con gli altri!

La paura ci blocca, non permette alle parole di uscire, è un’energia che cerca spazio e non lo trova, viene così soffocata e repressa poiché ci hanno insegnato che dobbiamo stare zitti, che siamo “bravi” se portiamo rispetto e “non rispondiamo”. Così ora siamo convinti che per essere “bravi” dobbiamo “mandare giù” e tacere..

Nessuno ci ha però mai insegnato veramente a comunicare, ad aprire il nostro cuore, a dire quello che proviamo, ad essere autentici!

Attenzione però a non sbattere le colpe in faccia agli altri o a cercare di far pesare le responsabilità perchè, comunque, ciascuno di noi fa quello che ritiene giusto in base alla propria visione delle cose, reagisce agli eventi secondo le proprie possibilità e crede di essere nel giusto perchè possiede una visione soggettiva, limitata cioè al punto di vista personale.

Ognuno vivrà la sua realtà e non è che una sia più giusta dell’altra, semplicemente ne esistono di diverse contemporaneamente, tante quante il numero di persone che la vivono.

Quindi, è inutile cercare di convincere gli altri della loro colpevolezza e della nostra innocenza. Invece, può essere utile far comprendere il nostro punto di vista e lo possiamo fare solo aprendo il nostro cuore, esprimendo ciò che proviamo, portando fuori ciò che sentiamo, senza vergogna e senza timore.

Se proviamo gelosia, se proviamo rabbia, diciamolo, non è essere “cattivi”, è solo essere sinceri. Siamo esseri umani, non siamo perfetti, prendiamo atto di questo e apriamo il nostro cuore, soprattutto a noi stessi!

Anche perchè non si può comunicare ad altri un’emozione se non siamo in grado di riconoscerla dentro di noi. Da qui l’importanza di dirigere l’attenzione dentro di sé, di ascoltare ciò che si prova e di definirlo, così da poterlo riconoscere.

Il segreto della capacità di comunicare risiede nell’ascolto delle proprie emozioni e nella capacità di esprimerle agli altri.

Aprire il nostro cuore significa guardarci dentro, riconoscere di non essere perfetti e trovare il coraggio di metterci a nudo e di esporci.

Se riusciamo a fare questo lasciando da parte tutto il resto, apriamo una porta verso un tipo di comunicazione diversa, più profonda, possiamo arrivare a conoscere un nuovo linguaggio, il linguaggio del Cuore!

Tu cosa ne pensi di quanto ho scritto? Riesci ad essere aperto verso gli altri?

Comunichi le tue emozioni o per te è una cosa difficile da esprimere?

Aspetto i tuoi commenti nel box qui sotto!

Con affetto, Marzia. 

Le scelte

  • Posted on novembre 29, 2014 at 17:38

In ogni momento della nostra vita ci troviamo davanti a delle scelte: dalle più banali su cosa indossare al mattino a quelle che ci cambiano la vita.

Ma quanto siamo capaci di scegliere?

Fin dall’infanzia erano i nostri genitori che sceglievano per noi e altre volte le scelte non c’erano proprio…

Andare a scuola, per esempio, non è stata una scelta dell’individuo ma un’imposizione ricevuta.

La prima grande scelta che ha segnato la nostra vita è stata la scuola da intraprendere dopo le medie.

L’uomo moderno non è capace a scegliere, io prima di tutti. Quando mi trovo danvanti ad un bivio non riesco a capire cosa devo fare. Entro immediatamente in uno stato di confusione.

Nella confusione, ti assicuro, si prendono decisioni non coerenti con noi stessi e poi se ne pagano le conseguenze.

fish

essere un pesce che segue la massa

L’altro giorno mi sono trovata davanti la scelta se accettare o meno un lavoro part-time che esulava dalla mia formazione.

In primo luogo ho deciso di provare. Il tipo di impiego non mi entusiasmava ma non era malaccio… (economicamente era poco soddisfacente)

Eccomi davanti al bivio…. Che fare? Continuare o dire no?

Ho avuto una forte lotta interiore. Mi sentivo nella confusione più nera.

Mi è stato insegnato che il lavoro si prende, non si fa scappare qualunque esso sia. Arrivo da una famiglia di gran lavoratori che si sono sempre rimboccati le maniche e adattati a fare qualunque cosa pur di mantenere la famiglia. Mi sono accorta che questo condizionamento è forte e ben radicato in me. Poi c’era il timore al pensiero di non trovare qualcos’altro vista la crisi….

Alla fine ho detto NO

A questo punto, alcuni di voi potrebbero pensare che sia stata una sprovveduta o peggio.

Perchè ho rifiutato?

Semplicemente ho capito che io voglio fare altro. Mi amo e non sono disposta a scendere a compromessi con i miei condizionamenti.

Non è stato facile accettare la mia scelta neppure dopo averla presa. Tante volte mi sono data della stupida e altrettante mi sono detta che avevo fatto bene.

Nel bene o nel male oggi sono felice perchè ho scelto! Si ho scelto e deciso io!

Non mi sono fatta trascinare dagli eventi come succedeva in passato, non mi sono ritrovata a fare un lavoro solo perchè non ho avuto il coraggio di rischiare… aspettare quello giusto!

In passato mi è capitato di mandare curriculum a destra e manca e poi fortunatamente qualcuno mi chiamava per un colloquio e ho sempre detto sì a tutti. Trovandomi poi in posti di ogni genere…

Ora che ho la consapevolezza per sapere cosa voglio con certezza, non voglio più essere una foglia portata dal vento ma un essere deciso che attraverso un intento inflessibile ottiene risultati concreti e in linea con il mio essere.

Tu cosa ne pensi della mia scelta?

Tu cosa avresti fatto?

Ti sei trovato in situazioni analoghe?

Aspetto i tuoi commenti nel box qui sotto

Con affetto,

Vanessa.

L’APATIA

  • Posted on novembre 26, 2014 at 16:08

Il dizionario Treccani definisce così l’apatia: Stato d’indifferenza abituale o prolungata, insensibilità, indolenza nei confronti della realtà esterna e dell’agire pratico

Etimologicamente è una parola di origine latina che significa insensibilità: a-patia ovvero senza passione

 

Ma da dove nasce l’apatia? Perché si diventa apatici? E’ una condizione che arriva dall’interno o è causata da agenti esterni?

 

apatia

apatia

Ultimamente mi sono trovata in questa condizione e la cosa che mi ha stupito di più è che più scendo nel vortice oscuro dell’apatia, più mi è difficile uscirci. Più permango in questa disgustosa condizione, più mi diventa familiare… 

Quindi…. come si fa  a uscire dall’apatia se quando ci siamo invischiati non ne siamo consapevoli?

L’unica arma possibile è la prevenzione!! (Lo so che detta così sembra lo spot di un parafarmaco!!)

Evitare di cadere nel circolo vizioso dell’apatia…

Mi sono guardata e  posso dire che le condizioni che mi portano in questo stato sono solo alcune:

  • non sono in grado di prendere una decisione, quindi questo periodo di stand-by porta ad essere apatica
  • non sono soddisfatta della scelta presa, quindi non agisco con la determinazione giusta
  • sapere ciò che si deve fare ma non avere la forza/energia di farlo

Viste le motivazioni, ora bisogna solo trovare il modo di uscire dal guano in cui ci si è immersi.

La soluzione…. per ora ne ho trovata soltanto una:

AUMENTARE IL PROPRIO LIVELLO DI ENERGIA

Ma come si fa?

  • In primo luogo bisogna ammettere con se stessi di essere in una situazione di apatia: avere la forza di guardarsi dentro. Tante volte ci si nasconde dietro alla stanchezza o ci raccontiamo delle storie per giustificare un senso di disagio.
  • Successivamente bisogna fare un’auto-analisi per capire quale elemento della nostra vita ci sta portando ad essere apatici
  • capita la fonte è poi più facile comprendere dove bisogna agire
  • cercare gli strumenti necessari per aumentare il proprio livello di energia

OGNI CAMBIAMENTO, NEL BENE O NEL MALE, SI PUO’ FARE SOLO SE SI HANNO LE FORZE PER AFFRONTARLO

Una volta che si ha la forza si è pronti a cambiare e trasformare l’apatia in entusiasmo!

Solo così si può vivere una vita nella felicità e nella consapevolezza.

(Per fare il primo passo, prova la meditazione omaggio che trovi inserendo i tuoi dati qui a lato.)

E tu?

Ti sei mai sentito in una condizione di apatia? Cos’hai fatto per uscirci?

Attendo le tue condivisioni nel box qui sotto!!

Con affetto,

Vanessa

Essere genitori

  • Posted on ottobre 20, 2014 at 20:59

figli Quando ero bambina mi dicevano che “essere genitori era il mestiere più difficile”.. non avevo mai capito cosa volessero veramente dire con questa frase!

Forse inizio a capirlo ora che, con un figlio di 11 anni mi ritrovo davanti un bambino che bambino non vuole più essere. Un bambino un po’ cresciuto che sfugge, che mente, che vuole fare cosa non sa, ma forse vuole essere aiutato.. o vuole vivere la sua vita?

Io non lo riconosco, lo scopro dietro alle sue inutili bugie e mi sento arrabbiata, delusa e profondamente, intimamente triste e impotente..

Così decido di parlargli, di aprirmi, di fargli sapere come mi sento, quello che provo, ma non per farlo sentire in colpa; ma per ragionare ad voce alta, per portare fuori pensieri non ben elaborati, e poi per chiedergli cosa vuole, cosa si aspetta che io faccia per lui..

Mi hanno insegnato a dividere le cose in “giuste” o “sbagliate”, a catalogare tutto in “questo è bene”, “questo è male”… ma siamo sicuri che poi sia proprio così? O semplicemente esistono solo delle esperienze? Come genitore dovrei fare che cosa? Continuare a portare avanti la tradizione ed inculcare in mio figlio gli stessi principi che hanno messo in testa a me? Non è forse vero che un concetto lo fai tuo solo nel momento stesso in cui lo vivi, trai le tue conclusioni e impari da te medesimo? Qualcuno un giorno mi ha detto:

Dai il consiglio, illustragli tutte le possibilità che gli si aprono davanti continuando per quella strada e quelle che gli si aprirebbero cambiando direzione.. ma poi lasciagli la libertà di decidere da solo quale percorso intraprendere.

In questo momento le mie possibilità sono due: da un lato potrei esercitare un controllo esasperato, ingabbiarlo dentro a regole di orari ferrei da rispettare, doveri e divieti..

dall’altro potrei lasciarlo andare, vedere fino a dove vuole arrivare, assistere inerme mentre sbatte la testa dentro muri che io conosco già.. ma dicono che amore è lasciare liberi di vivere la propria vita.. allora è questo che significa..

ma davanti a tutto questo ci sono le miriadi di emozioni che mi attraversano il cuore, la sofferenza che deriva da quell’amore che mi esplode dentro mentre lo guardo prendermi in giro, pensare che io non sappia, che io non veda. Ma oltre all’amore viaggiano la rabbia, la delusione, l’orgoglio ferito..

E allora gli chiedo “ma tu, preferisci che ti stia addosso e che ti controlli o vuoi essere lasciato libero di vivere la tua vita?.. poi lo guardo e gli dico: “beh.. detta così..” così cambio domanda e gli chiedo: “ma tu, cosa ti aspetti che io faccia?”

e la sua risposta è stata “mi aspetto che tu mi aiuti..”

E tu?

Hai avuto esperienze simili?

Cosa ne pensi della mia situazione?

Aspetto un tuo commento qui sotto….

Con affetto,

Marzia

TROVARE IL PROPRIO CAMMINO

  • Posted on settembre 29, 2014 at 21:45

passi nella sabbiaQuando non si ha ancora bene le idee chiare su quale strada intraprendere, è sufficiente aspettare che le cose arrivino da sole perché esiste sempre un cammino da intraprendere che ci porta inesorabilmente verso l’Obiettivo.

Sta a noi saper leggere gli indizi per non sbagliare strada e non perdere troppo tempo. Il primo indizio da prendere in considerazione è dato dalla sensazione di gioia che nasce spontanea in noi quando siamo nella direzione giusta. Allora occorre procedere e restare vigili a tutto ciò che accade per continuare a comprendere. Per “restare vigili” intendo non solo a ciò che accade fuori di noi, ma soprattutto a ciò che avviene dentro di noi. Occorre prestare attenzione ai pensieri, alle sensazioni e cercare di comprendere se sono dovute alla mente che cerca di dribblarci oppure ad un conflitto in atto tra noi e la nostra parte più profonda.

La mente teme ciò che non conosce e spesso cerca di distoglierci dalla via che percorriamo perchè non sa dove ci porterà e quindi vuole ancorarci a ciò che già conosce, anche a costo di creare ristagno e quindi sofferenza.

Se questa è la situazione in cui ci troviamo, possiamo scegliere se andare oltre i nostri limiti, riconoscendo la nostra paura per quello che è, oppure cercare di investire energia in un atto di coraggio e fare il salto che ci permette di spiccare il volo verso un gradino più avanti del nostro cammino.

Altre volte, invece, la sofferenza che proviamo è data da un conflitto in atto tra il nostro ego e ciò che siamo realmente. E il metodo più semplice e immediato che la nostra Anima conosce per attirare la nostra attenzione è quello della sofferenza. Il dolore può esprimersi attraverso un senso di vuoto, di tristezza, di disagio.. tutte sensazioni che dovrebbero indurci a portare l’attenzione su noi stessi per meglio comprendere dove stiamo sbagliando.

 La mente ha una influenza sul piano fisico e ciò che viene pensato e provato ripetutamente avrà delle ripercussioni sul corpo della persona. Da questo si può dedurre che osservando l’aspetto emotivo e mentale si può intuire il tipo di blocco che avverrà nel corpo energetico e che si ripercuoterà sul fisico.

 La malattia è quindi una modalità del corpo per richiamare l’attenzione della persona su di sé. E’ un’allarme che indica che è arrivato il momento di fermarsi e di guardarsi dentro. E’ la nostra Anima che ci vuole dire qualcosa e per comprenderla occorre saper osservare i suoi segnali. La malattia contiene un messaggio che usa un linguaggio universale, quello dei simboli.

 Infatti niente viene a caso, l’organo che viene colpito, l’intensità e la durata della malattia, sono tutti segnali da tenere in considerazione per poter comprendere che cosa stiamo sbagliando.

 Partiamo dal presupposto che l’uomo possiede un’Anima, una scintilla divina che ci guida lungo la strada che dobbiamo percorrere sulla base degli obbiettivi che dobbiamo perseguire.

Il conflitto nasce quando personalità e Anima sono in contrasto, quando non c’è collegamento. Questo conflitto causa infelicità e un senso di malessere.

Cresce in noi la necessità di cambiare qualcosa. Questo bisogno ci porta ad attraversare una crisi. Essa racchiude in sé l’opportunità di migliorare noi stessi e la visione che abbiamo della nostra vita per riallinearci con il nostro Progetto Esistenziale.

 Con il termine “Progetto Esistenziale” parlo del nostro cammino, del nostro percorso, dell’obbiettivo della nostra esistenza.

Spesso il non comprendere quale esso sia ci causa sofferenza, confusione e uno stato generale di malessere.

Per capire se quello che facciamo è giusto, oppure se stiamo solo perdendo tempo, occorre chiederci qual’è la cosa che ci attrae maggiormente, domandarci cos’è che ci dà gioia, che ci diverte e che ci fa star bene. Quella è la cosa da fare.

Anche se osserviamo la natura, ci accorgiamo che ogni pianta, ogni insetto, ogni creatura ha un suo proprio compito da svolgere e, facendolo, aiuta e arricchisce l’intero universo.

 Ci hanno insegnato, già da quando siamo bambini che dobbiamo fare anche se non ne abbiamo voglia, perchè “prima viene il dovere e poi il piacere”, oppure che “un bel gioco deve durare poco”. Ma siamo sicuri che debba essere proprio così? Fare le cose che non ci piacciono, obbligarci a “fare” perchè ci hanno detto che così è giusto.. giusto per chi? Io credo che comunque la vita sia un gioco, che sia bene fare ciò che ci sentiamo di fare se quello che facciamo ci nutre e ci dona la gioia di vivere e l’entusiasmo per andare avanti.

 Ecco perchè occorre prestare attenzione alle proprie sensazioni. Nel momento stesso in cui insorge uno stato di malessere, è indispensabile fermarsi e chiedersi cosa c’è che non va nella nostra vita, cos’è che ci rende infelici. Siccome ci hanno insegnato a chinare la testa e che la vita è sofferenza, spesso ci rassegniamo agli eventi, belli o brutti che siano, e li viviamo come “passeggeri distratti” di una vita che gli altri ci hanno costruito addosso. Ma ci siamo dimenticati che questa vita è la nostra, che siamo noi a doverne prendere le redini, con la consapevolezza che noi, e solo noi, siamo gli unici artefici del nostro destino. Anche se poi, a ben guardare, siamo sempre e comunque solo noi a crearci anche la condizione di “passeggeri distratti”.. ma questo è un altro discorso.

Marzia

La Gratitudine

  • Posted on maggio 27, 2014 at 07:27

La Treccani definisce il termine gratitudine così: sentimento e disposizione d’animo che comporta affeto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare (sinonimo di riconoscenza ma può indicare un sentimento più intimo e cordiale), nutrire gratitudine per o verso qualcuno.

gratitudine

La frase sott’intende che questo sentimento è provato da una persona nei confronti di un’altra.

Ma usciamo dai canoni dell’ordinario concepire e immergiamoci nello STRA-ordinario concepire, ecco che una parola che ha una definizione apparentemente ovvia, si stravolge….

 

Chi è la prima persona a cui devi la tua gratitudine? Pensaci un attimo….

A tua mamma? tuo padre? alla persona che ti ha aiutato a uscire da quella brutta situazione?

 

Ebbene…. NO la prima persona che devi ringraziare sei TU!

Si, la tua parte spirituale, quella che brilla in ognuno di noi.

 

IO SONO VIVO….GRAZIE

(ripetila tutte le mattine, ad occhi chiusi)

 

Questo è un esercizio tanto banale quanto potente!! (Dura meno di un minuto, quindi necessita solo un po’ di costanza!)

Quando ci si alza dal letto, la macchina cervello entra in azione e si pensa: oggi devo fare quello, questo, ecc… e si corre… quanto è frenetica la nostra vita!

 

Prima di iniziare la giornata, fermati un attimo e ripetiti la frase “io sono vivo, grazie” questo banale gesto ti porta a consapevolizzare che ogni cosa intorno a te è effimera e che l’unico tempo che davvero esiste è il tempo presente.

Se ti trovi più a tuo agio, puoi rivolgere il tuo grazie a Dio, l’esercizio funziona lo stesso, ma sappi che tu sei già un essere divino! La tua parte spirituale è divina!

Per questo rivolgere la tua gratitudine a te o a Dio è la stessa cosa…

La Religione Cattolica ci insegnato che Dio è qualcosa al di fuori di noi, ma altre Religioni e dopo tanti anni dedicati alla Crescita Personale, ti posso assicurare che ognuno di noi ha una scintilla di divinità. Bisogna solo farla risplendere!

 

Quando la frase “io sono vivo… grazie” viene detta con un vero sentimemento di gratitudine, ecco che appena apriamo gli occhi, anche se il contesto intorno non è cambiato, ci si sente mutati dentro.

Non ci sono parole per descrivere come ci si può sentire. Bisogna solo provare!

Per portare questo tipo di attenzione durante tutta la giornata, puoi metterti in tasca una pietra, grande quanto una gomma da cancellare, e ogni volta che inserendo la mano in tasca troverai la pietra, stringila nel pugno e ripetiti: GRAZIE! Così facendo farai riaffiorire il sentimento di gratitudine e tutti gli annessi positivi ad esso collegati.

 

Ora ti chiedo di provare…. chiudi gli occhi e ripetiti la frase un po’ di volte: IO SONO VIVO… GRAZIE

……….

Fatto?… Come stai? Come ti senti? Cosa stai provando? Riesci a percepire il sentimento di gratitudine?

 

Condividi con la community di MeditaMente….

Un evento inaspettato

  • Posted on febbraio 18, 2014 at 23:39

punto interrogativo

Penso che chiunque di voi abbia visto, almeno una volta un film poliziesco o una serie TV di questo genere.

C’è il poliziotto con la pistola in mano, dietro l’angolo, che è tesissimo e pronto ad entrare in azione. Hai presente?

Solitamente la scena successiva può essere:

a) il buono affronta il cattivo come lui se l’era immaginato (e come l’ha immaginata lo spettatore)

b) la scena che si ha di fronte è totalmente diversa e non presenta il pericolo ipotizzato.

Cosa succede nella seconda ipotesi? Che il protagonista resta inerme davanti a ciò che sta osservando.

Nell’esempio si tratta di recitazione ma nella realtà succede pressapoco così

Ho analizzato cosa succede quando un evento inaspettato piomba nella nostra vita.

Ho scoperto che ci sono delle fasi che si ripetono:

  1. assistere all’evento

  2. formulare un pensiero / percepire una sensazione

  3. non reazione

  4. elaborazione

  5. reazione

Noi siamo soliti reagire in relazione a quello che abbiamo già vissuto.

Se ci si presenta una situazione inaspettata che neppure per l’anticamera del cervello avevamo ipotizzato potesse accadere, ecco che i “riflessi” tardano ad emergere.

Analizziamo ora ogni fase:

1- guardiamo ciò che accade (da pochi secondi a mezzo minuto massimo) come fossimo inebetiti, c’è una totale assenza di pensieri ed emozioni

2- c’è un repentino cambiamento della nostra condizione e con tutta probabilità in questo momento si formula un pensiero. Non è facile percepirlo e lo sarà ancor meno ricordarsene in un secondo momento. L’istante dopo aver formulato il pensiero percepiamo un’emozione che sarà direttamente collegata a quanto pensato. Questa permea nel nostro essere più a lungo

3- “non reazione” significa che per un paio di secondi non facciamo assolutamente nulla: ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, mai vissuto prima e soprattutto inatteso, pertanto il nostro essere ha bisogno di…. (fase 4)

4- elaborare: mettere insieme tutto ciò che sta provando e pensando e capire cosa fare. Una volta compreso ciò si arriva alla fase 5

5- reazione: il momento in cui si ha superato il momento di chock e si agisce

Conoscere come avviene questo iter, può aiutarci ad essere più rapidi nel reagire e soprattutto è importante mettere attenzione a quel silente pensiero che si formula.

Questo ti permette di conoscerti più a fondo e tante volte di stupirti!

E tu?

Come reagisci di fronte ad un evento inatteso?

Lascia i tuoi commenti qui sotto!!

Grazie

MeditaMente

DOVREI….

  • Posted on gennaio 22, 2014 at 12:56

La parola dovrei toglie libertà all'individuo

La parola più deleteria che esista sotto il profilo spirituale è DOVREI

Ti stai chiedendo PERCHE’? :roll:

 

Pensa a come stai quando ti dici “dovrei fare questo…” oppure “dovrei fare…. ma non ne ho voglia”

Pensare di DOVER fare una determinata azione, ti mette in una condizione vincolante.

Solitamente, si usa il verbo “dovrei” quando parliamo di un’azione che non amiamo fare, altrimenti diremmo “potrei” oppure “vorrei”

L’uomo è per natura un essere libero. Il senso di libertà risuona positivamente con lo spirito e ogni cosa che va a limitare o danneggiare questa condizione viene vissuta negativamente. Poi si può essere consapevoli o meno della condizione. Questo è un altro paio di maniche.

Un esempio aiuta sempre a comprendere meglio:

Senti come ti senti se dici la frase: “dovrei fare il letto”

Ora, senti come ti senti dicendo invece: “potrei fare il letto”

Hai percepito una differenza?

 

Di fatto cambia poco…. il letto resta da fare! Ma è il tuo atteggiamento nei confronti dell’azione che è totalmente diverso.

Con la prima frase si evidenzia un’imposizione che coincide con un’assenza di libertà, nella seconda invece ti stai dando una possibilità… tra le cose che posso fare, c’è anche “fare il letto”

 

La conseguenza di dirsi “dovrei” è che il bambino interiore si arrabbia, come quando da piccoli la mamma ti diceva “devi fare i compiti” oppure “devi mettere a posto la stanza” e quindi un’azione banale da magari 5 minuti, come quella dell’esempio, si prende in antipatia e per compierla sprechiamo 10 volte la quantità di energia necessaria per eseguirla:

4/10 per zittire il bambino interiore

5/10 per l’arrabbiatura che ci siamo procurati

1/10 per eseguirla materialmente

 

Nel quotidiano ci sono tante cose che siamo chiamati a fare, il fatto di utilizzare un linguaggio diverso (dire potrei anzichè dovrei) ci mette in uno stato mentale diverso, più disponibile, aumentiamo il nostro senso di libertà e il nostro atteggiamento verso noi stessi e gli altri ne ha molto giovamento.

 

Noi siamo il frutto dei nostri pensieri. Avere pensieri positivi e propositivi, ci mettere nella condizioni di vivere ogni giorno con il sorriso.

 

E tu? Quante volte al giorno ti dici DOVREI?

Condividi qui sotto quelli che sono i tuoi pensieri e il tuo vissuto!

 

Grazie

 

Vanessa