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Esami di coscienza

  • Posted on settembre 27, 2015 at 09:45
esame di coscienza

esame di coscienza

Ognuno di noi, è arrivato ad un momento della propria vita e si è guardato intorno e si è fatto un esame di coscienza.

Cosa ho costruito?

Cosa ho lasciato indietro?

Cosa non ho finito?

Quale sogno ho lasciato nel cassetto fin’ora?

Queste sono alcune domande che personalmente mi sono posta.

In base al mio umore, se sono in un momento di pessimismo, sono più evidenti i fallimenti che gli insuccessi, ma dopo il primo minuto di sconforto, metto sul piatto della bilancia anche i successi.

Quello che oggi posso vedere come un fallimento, magari è solo l’inizio di un successo, è che non mi sono ancora data il tempo di rendere tale…

Nella vita, ogni giorno, si fanno scelte importanti che ci porteranno a compiere azioni diverse, quello che è importante è comprendere quale sia la meta finale, il viaggio che ci siamo prefitti su questa terra; per ciascuno di noi l’obiettivo è l’evoluzione personale e ognuno, in cuor suo, sa cosa è meglio fare. Forse non tutti gli attimi sono sereni e chiari… ma con il giusto atteggiamento la via si palesa davanti a noi.

Ho parlato recentemente con una conoscente che ha un buon lavoro, è affezzionata ai suoi colleghi e da vent’anni ricopre un ruolo fondamentale in un’azienda di medie dimensioni.

Quindi, a prio achito, si potrebbe pensare che questa signora è fortunata, ma parlandole insieme, ha sentito molto la difficoltà nel crescere la sua unica figlia poichè il suo impiego la tiene 10 e più ore fuori casa. Mi ha confessato che avrebbe tanto voluto avere un secondo figlio ma se già non aveva tempo per una, come avrebbe potuto crescerne due?

la ruota delle scelte

la ruota delle scelte

Lei ha scelto… ha scelto di non lasciare il suo lavoro. Le scelte non sono sempre facili, ma nel suo caso, forse è stata consapevole.

Ha tutta la mia comprensione perchè la nostra generazione (è poco più grande di me) è stata educata a vedere il lavoro dipendente come una manna dal cielo e quando se ne ha uno non è concepibile lasciarlo, per nessun motivo al mondo.

Chissà se fra vent’anni vedrà le cose nello stesso modo…

Il mio augurio è che accetti le scelte fatte con tutto l’amore possibile, per se stessa in primis e anche per le persone che ama.

Io nel frattempo, continuo a farmi esami di coscienza per vedere se “correggere il tiro” o se sto andando nella giusta direzione.

E tu?

Cos’hai provato quando hai letto le domande all’inizio di questo articolo?

Sei felice di dove sei ora?

Cambieresti qualcosa della tua vita? Se si, perchè?

Aspetto i tuoi commenti nel box qui sotto.

Con affetto,

Vanessa

Il giudizio

  • Posted on luglio 6, 2015 at 15:31

Da quando ho cominciato il mio cammino di crescita personale ho sempre sentito parlare del giudizio come un fatto negativo.additare

Abbiamo scritto in più articoli che gli altri sono il nostro specchio e quindi giudicare gli altri è come giudicare se stessi.

Dopo diversi anni di lavoro su me stessa ero arrivata a essere consapevole di come agisse in me il giudizio e come evitare di cascare in questo circolo vizioso ma in questi giorni ho “abbassato la guardia” e ci sono ricaduta!

Vi descrivo brevemente la situazione:

Nel luogo in cui vivo c’è una coppia con dei problemi di separazione e ho visto come vengono seguiti ultimamente i figli: ho giudicato giudicato i genitori perchè IO da madre non mi comporterei come loro e ho giudicato i figli etichettandoli come “non è colpa loro” relativamente adei comportamenti non corretti.

È stato mio marito a farmi notare il mio atteggiamento mentre gli raccontavo gli eventi a cui avevo assistito. Appena mi ha fatto notare che stavo giudicando, mi sono sentita toccata e il primo istinto è stato quello di dire “no, non è vero!” ma ho taciuto e mi sono ascoltata… si, aveva ragione stavo proprio giudicando!

Ognuno di noi fa quello che può con i mezzi e la consapevolezza che ha… nel momento in cui giudico mi metto in una condizione di superiorità rispetto ad un altro essere umano e questo non è quello per cui ho lavorato tanto su di me.

Il mio compito in questa esistenza è quello di essere coerente alla mia parte spirituale e il giudizio appartiene in toto alla parte nera che nella Tradizione Essena viene definita “Operal nero”.

Spero che queste poche righe ti abbiano dato lo spunto per riflettere su di te…

Giudichi?

Chi giudichi?

Perchè?

Come ti senti dopo aver “emesso una sentenza” nei confronti di altre persone?

Ti capita mai di sentire uno stridolio in te stesso quando emetti un giudizio?

Sarei felice di sapere le tue esperienze.

Scrivi qui sotto! Non vedo l’ora di leggere i tuoi commenti!!

Un abbraccio,

Vanessa

La legge dello specchio

  • Posted on maggio 12, 2015 at 20:04

Lo specchioESSERE FLUIDI

Lasciar andare le emozioni è importante per la propria salute, ma è altrettanto importante essere fluidi e morbidi nei confronti degli altri e anche di sé stessi.

Le esperienze che abbiamo fatto nella vita ci hanno plasmato e ci portano spesso a pensare di aver capito quello che è bene fare e quello che non lo è. Abbiamo etichettato tutto come “giusto” o “sbagliato”, “bene” o “male”.

Ricordiamoci però che quello che può sembrare giusto per noi, non è detto che lo sia anche per gli altri. Ognuno deve fare le proprie esperienze, trarre i propri insegnamenti e deve essere lasciato libero di viverle per come la sua Anima ha scelto per lui.

Quindi, a meno che non ci venga chiesto l’intervento direttamente dalla persona in questione, lasciamole la libertà di prendersi la responsabilità delle proprie scelte.

Non dimentichiamoci che ognuno ha diritto alla propria individualità e possiede delle qualità proprie da esprimere.

Si potrà essere di utilità agli altri nel momento in cui avremo imparato a lasciarle libere e dando dimostrazione di ciò che vorremmo insegnare semplicemente Essendo, anziché prodigandoci nel cercare di convincere.

Altre volte l’estrema rigidità viene rivolta verso sé stessi nella convinzione che, per fare le cose nel miglior modo possibile, sia necessario attenersi scrupolosamente alle regole che noi stessi ci siamo posti. Così ci neghiamo ogni piacere, ogni momento di gioia che può derivare semplicemente dal vivere le cose con più naturalezza.

Il fatto di avere un eccessivo controllo di sé e il non mostrare compassione nemmeno per sé stessi rimuovendo le proprie pulsioni ed evitando di metterci in discussione (in quanto convinti di essere sempre nel giusto), ci nega anche la possibilità di crescere.

Vivere nel presente

  • Posted on gennaio 25, 2015 at 18:23
L'acqua del fiume resta limpida solo quando è libera di scorrere

L’acqua del fiume resta limpida solo quando è libera di scorrere

Quando non accettiamo gli eventi che ci accadono, questo ci porta a non vivere nel presente, rischiamo di farci prendere dai sensi di colpa, continuiamo a rimuginare su come abbiamo reagito, su come avremmo potuto fare e ci chiediamo come mai non siamo stati in grado di fare diversamente.. alimentando così il rancore verso noi stessi……

Il linguaggio del Cuore

  • Posted on dicembre 11, 2014 at 15:32
il linguaggio del cuore

il linguaggio del cuore

Mi ritrovo spesso a parlare con persone arrabbiate con qualcuno a cui non hanno il coraggio di dire ciò che pensano.

Ancora una volta entra in gioco la paura. Ma “paura” di cosa?

Di confrontarci, ma soprattutto mi viene da pensare che il timore principale sia quella di far cadere la falsa immagine che ci siamo costruiti, di metterci a nudo, di farci vedere per ciò che siamo realmente.

La paura più grande è quella di mostrarci agli altri o a noi stessi?

Spesso taciamo per evitare lo scontro e ci nascondiamo dietro alla scusa di non voler ferire dicendo a noi stessi che è “meglio lasciar perdere”.. ma stiamo indossando la maschera del “perbenismo” mentre, in realtà, ripeto, abbiamo solo paura di mostrarci, di far vedere quello che pensiamo veramente.

Eppure, se iniziassimo a frantumare queste maschere, a dire ciò che veramente sentiamo, inizieremmo a liberarci da quella rabbia che ci opprime e ci blocca, apriremmo porte verso una comunicazione più autentica.

Anche perchè forse siamo arrabbiati più con noi stessi che con gli altri!

La paura ci blocca, non permette alle parole di uscire, è un’energia che cerca spazio e non lo trova, viene così soffocata e repressa poiché ci hanno insegnato che dobbiamo stare zitti, che siamo “bravi” se portiamo rispetto e “non rispondiamo”. Così ora siamo convinti che per essere “bravi” dobbiamo “mandare giù” e tacere..

Nessuno ci ha però mai insegnato veramente a comunicare, ad aprire il nostro cuore, a dire quello che proviamo, ad essere autentici!

Attenzione però a non sbattere le colpe in faccia agli altri o a cercare di far pesare le responsabilità perchè, comunque, ciascuno di noi fa quello che ritiene giusto in base alla propria visione delle cose, reagisce agli eventi secondo le proprie possibilità e crede di essere nel giusto perchè possiede una visione soggettiva, limitata cioè al punto di vista personale.

Ognuno vivrà la sua realtà e non è che una sia più giusta dell’altra, semplicemente ne esistono di diverse contemporaneamente, tante quante il numero di persone che la vivono.

Quindi, è inutile cercare di convincere gli altri della loro colpevolezza e della nostra innocenza. Invece, può essere utile far comprendere il nostro punto di vista e lo possiamo fare solo aprendo il nostro cuore, esprimendo ciò che proviamo, portando fuori ciò che sentiamo, senza vergogna e senza timore.

Se proviamo gelosia, se proviamo rabbia, diciamolo, non è essere “cattivi”, è solo essere sinceri. Siamo esseri umani, non siamo perfetti, prendiamo atto di questo e apriamo il nostro cuore, soprattutto a noi stessi!

Anche perchè non si può comunicare ad altri un’emozione se non siamo in grado di riconoscerla dentro di noi. Da qui l’importanza di dirigere l’attenzione dentro di sé, di ascoltare ciò che si prova e di definirlo, così da poterlo riconoscere.

Il segreto della capacità di comunicare risiede nell’ascolto delle proprie emozioni e nella capacità di esprimerle agli altri.

Aprire il nostro cuore significa guardarci dentro, riconoscere di non essere perfetti e trovare il coraggio di metterci a nudo e di esporci.

Se riusciamo a fare questo lasciando da parte tutto il resto, apriamo una porta verso un tipo di comunicazione diversa, più profonda, possiamo arrivare a conoscere un nuovo linguaggio, il linguaggio del Cuore!

Tu cosa ne pensi di quanto ho scritto? Riesci ad essere aperto verso gli altri?

Comunichi le tue emozioni o per te è una cosa difficile da esprimere?

Aspetto i tuoi commenti nel box qui sotto!

Con affetto, Marzia. 

SUPERARE LE PROPRIE PAURE

  • Posted on novembre 11, 2014 at 12:30

leoneA sbarrare la strada al cammino che dobbiamo fare, a volte, più che un problema di rassegnazione agli eventi, è piuttosto un rivelarsi di paure, insicurezze e timori. Paura di cosa? Paura dell’ignoto, timore di non essere in grado, di non essere all’altezza della situazione e quindi ci ritroviamo a immaginare situazioni di fallimenti futuri e non restiamo focalizzati sul momento presente.

Se infatti fossimo consapevoli maggiormente di ciò che avviene nel qui e ora, ci accorgeremmo che siamo noi stessi a crearci quella possibilità nel futuro che, in realtà, non esiste.. è solo un foglio bianco su cui solo noi stiamo decidendo come viverlo.

Se ci rendessimo conto di quanto siano causa-attivi i nostri pensieri, (se solo ce lo avessero insegnato già da bambini), le cose andrebbero sicuramente in un modo diverso. Smetteremmo subito di focalizzarci su quel pensiero per noi così devastante ed incominceremmo, pur essendo consapevoli di dove ci porterebbero le nostre paure, a crearci un futuro diverso.

Ma siccome il futuro non esiste, può essere sufficiente essere osservatori dei nostri timori per annullarne gli effetti.

Dove c’è la paura, c’è una barriera, un limite che ci separa dalla vita stessa.

Ritrovare la forza per andare oltre alle proprie paure significa anche ritrovare l’Amore, la fiducia nella vita. E’ la separazione che diviene unità… si ritorna ad essere uno con il tutto, perché l’energia ricomincia a fluire e riscopriamo che, siccome tutto è giusto e perfetto, la vita ci darà tutto ciò di cui abbiamo bisogno per proseguire.

E’ quando non abbiamo fiducia nella vita che la paura ci spinge ad accumulare oggetti inutili, a trattenere cose e persone per timore di rimanere soli o di non avere ciò che pensiamo ci possa occorrere.

Occorre ritrovare l’Amore per noi stessi, riscoprire le nostre qualità più profonde e a farle riemergere. Dico “riemergere” perché, in realtà, dentro di noi c’è già tutto ciò che ci occorre, è solo sepolto da false credenze che, sin da bambini, ci sono state messe addosso.

Sia chiaro però, che la “colpa” non è degli altri, semplicemente è quello che noi richiamavamo; gli altri non facevano altro che rispondere alle nostre paure, alimentandole poiché era quello di cui avevamo bisogno per poter crescere.

Prendere consapevolezza che siamo noi stessi con le nostre immagini mentali a richiamare ciò che aumenta la nostra insicurezza, è il primo passo per poterla superare.

La mancanza di fiducia in sé stessi può indurci ad appoggiarci sempre agli altri, al loro modo di vedere le cose. Così facendo ci dimentichiamo però che anche noi siamo esseri divini, rifiutiamo noi stessi e diamo ad altri la responsabilità delle nostre scelte.

Ma le risposte che cerchiamo sono già dentro di noi, nel momento stesso in cui formuliamo una domanda, se poniamo l’attenzione dentro di noi, sentiremo che nasce in noi la risposta, è la nostra insicurezza che ci impedisce di credere.

Così consumiamo energia nel chiedere consigli, nel cercare risposte fuori di noi. Ma quello che può sembrare giusto ad altri, non è detto che poi sia giusto per noi!

Ognuno vede la realtà attraverso la propria visione, che non è oggettiva, ma soggettiva, quindi i consigli degli altri rischiano solo di fuorviarci e farci perdere la direzione.

Spesso, anche se sentiamo il pensiero che nasce in noi come risposta al nostro quesito, non gli diamo il giusto valore perchè lo sminuiamo pensando che “potrebbe essere nostro”, ma ci siamo dimenticati che proprio per questo è quello giusto, giusto per noi in quel momento. Perché Noi siamo parte del Tutto.

Ma ecco che torna la “paura di sbagliare”.. ma è la nostra mente che vuole catalogare tutto, dividere in cose giuste e in cose sbagliate. Non abbiamo ancora capito che è arrivato il momento di smettere di giudicare, di separare, etichettare, esistono solo esperienze, piacevoli o meno, sono quelle che dobbiamo vivere per poter crescere.

Il fatto di prendere da soli le proprie scelte, ci aiuta a divenire responsabili e a comprendere che siamo causa-attivi di ciò che ci succede nella vita. Impariamo ad attingere alla saggezza universale e a riconoscere che è anche la nostra.

Non sempre le esperienze che viviamo ci portano gioia, a volte può capitare di incappare in qualche insuccesso, ma questo non significa che abbiamo fatto la scelta sbagliata. Qui mi ripeto nel dire che non esistono scelte sbagliate, siamo noi che le vogliamo catalogare così solo perchè ci hanno provocato sofferenza.

La nostra reazione potrebbe essere quella dello scoraggiamento, della perdita di fiducia, dell’irritazione.

Per poter superare i propri conflitti occorre prendere consapevolezza di aver comunque fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità. Così facendo si impara l’arte dell’accettare gli eventi comprendendo che sono quelli giusti per noi in quel momento. Accettare però non significa “rassegnazione”, perchè questa parola racchiude una connotazione negativa e non è di questo che sto parlando. Non significa nemmeno rinunciare a cercare di uscire da una situazione difficile o dolorosa.

E’ naturale cercare di fare tutto il possibile per migliorare il momento presente e trovare una soluzione più soddisfacente per noi. Se però ci risulta impossibile trasformare una situazione è assolutamente inutile, anzi dannoso abbandonarsi alla rabbia e alla disperazione.

La non-accettazione ci indurisce e porta maggiore separazione tra noi e il mondo che viene così percepito come una minaccia.

Divenire responsabili significa anche comprendere che quello che ci accade è sempre una conseguenza delle nostre scelte, piccole o grandi che siano. Quando decidiamo di adottare un atteggiamento piuttosto che un altro inneschiamo una serie di risposte negli altri che siamo stati proprio noi a scatenare. Però è più semplice vedere gli errori degli altri piuttosto che i propri. Così incominciamo ad incolpare la moglie o il marito, i figli, i vicini di casa, dimenticandoci che con un atteggiamento differente avremmo ottenuto una risposta opposta. Quando le cose vanno male cominciamo a dare la colpa a tutti quelli che ci vengono in mente e annulliamo ogni parte di responsabilità nostra. Non la vogliamo vedere e quando altri ci fanno notare le nostre colpe, iniziamo spesso ad aggrapparci a eventi passati da rinfacciarci per spostare l’attenzione dalla nostra responsabilità nel momento presente ad un’altra situazione.

Prendiamo consapevolezza che attiriamo quello che siamo, secondo la legge del “simile che attira il simile”.

Energie simili attraggono particelle simili a causa dei loro campi elettromagnetici. Noi attiriamo ciò che risuona in noi, ciò che non abbiamo ancora superato, ciò di cui abbiamo paura, ma è ciò di cui abbiamo bisogno, perchè sarà quello che ci farà crescere.

Tu cosa ne pensi di quanto ho condiviso?

Qual è la tua posizione relativamente al superamento delle paure e dell’essere causa-attivi?

Attendo i tuoi commenti qui sotto….

Un abbraccio di cuore,

Marzia

TROVARE IL PROPRIO CAMMINO

  • Posted on settembre 29, 2014 at 21:45

passi nella sabbiaQuando non si ha ancora bene le idee chiare su quale strada intraprendere, è sufficiente aspettare che le cose arrivino da sole perché esiste sempre un cammino da intraprendere che ci porta inesorabilmente verso l’Obiettivo.

Sta a noi saper leggere gli indizi per non sbagliare strada e non perdere troppo tempo. Il primo indizio da prendere in considerazione è dato dalla sensazione di gioia che nasce spontanea in noi quando siamo nella direzione giusta. Allora occorre procedere e restare vigili a tutto ciò che accade per continuare a comprendere. Per “restare vigili” intendo non solo a ciò che accade fuori di noi, ma soprattutto a ciò che avviene dentro di noi. Occorre prestare attenzione ai pensieri, alle sensazioni e cercare di comprendere se sono dovute alla mente che cerca di dribblarci oppure ad un conflitto in atto tra noi e la nostra parte più profonda.

La mente teme ciò che non conosce e spesso cerca di distoglierci dalla via che percorriamo perchè non sa dove ci porterà e quindi vuole ancorarci a ciò che già conosce, anche a costo di creare ristagno e quindi sofferenza.

Se questa è la situazione in cui ci troviamo, possiamo scegliere se andare oltre i nostri limiti, riconoscendo la nostra paura per quello che è, oppure cercare di investire energia in un atto di coraggio e fare il salto che ci permette di spiccare il volo verso un gradino più avanti del nostro cammino.

Altre volte, invece, la sofferenza che proviamo è data da un conflitto in atto tra il nostro ego e ciò che siamo realmente. E il metodo più semplice e immediato che la nostra Anima conosce per attirare la nostra attenzione è quello della sofferenza. Il dolore può esprimersi attraverso un senso di vuoto, di tristezza, di disagio.. tutte sensazioni che dovrebbero indurci a portare l’attenzione su noi stessi per meglio comprendere dove stiamo sbagliando.

 La mente ha una influenza sul piano fisico e ciò che viene pensato e provato ripetutamente avrà delle ripercussioni sul corpo della persona. Da questo si può dedurre che osservando l’aspetto emotivo e mentale si può intuire il tipo di blocco che avverrà nel corpo energetico e che si ripercuoterà sul fisico.

 La malattia è quindi una modalità del corpo per richiamare l’attenzione della persona su di sé. E’ un’allarme che indica che è arrivato il momento di fermarsi e di guardarsi dentro. E’ la nostra Anima che ci vuole dire qualcosa e per comprenderla occorre saper osservare i suoi segnali. La malattia contiene un messaggio che usa un linguaggio universale, quello dei simboli.

 Infatti niente viene a caso, l’organo che viene colpito, l’intensità e la durata della malattia, sono tutti segnali da tenere in considerazione per poter comprendere che cosa stiamo sbagliando.

 Partiamo dal presupposto che l’uomo possiede un’Anima, una scintilla divina che ci guida lungo la strada che dobbiamo percorrere sulla base degli obbiettivi che dobbiamo perseguire.

Il conflitto nasce quando personalità e Anima sono in contrasto, quando non c’è collegamento. Questo conflitto causa infelicità e un senso di malessere.

Cresce in noi la necessità di cambiare qualcosa. Questo bisogno ci porta ad attraversare una crisi. Essa racchiude in sé l’opportunità di migliorare noi stessi e la visione che abbiamo della nostra vita per riallinearci con il nostro Progetto Esistenziale.

 Con il termine “Progetto Esistenziale” parlo del nostro cammino, del nostro percorso, dell’obbiettivo della nostra esistenza.

Spesso il non comprendere quale esso sia ci causa sofferenza, confusione e uno stato generale di malessere.

Per capire se quello che facciamo è giusto, oppure se stiamo solo perdendo tempo, occorre chiederci qual’è la cosa che ci attrae maggiormente, domandarci cos’è che ci dà gioia, che ci diverte e che ci fa star bene. Quella è la cosa da fare.

Anche se osserviamo la natura, ci accorgiamo che ogni pianta, ogni insetto, ogni creatura ha un suo proprio compito da svolgere e, facendolo, aiuta e arricchisce l’intero universo.

 Ci hanno insegnato, già da quando siamo bambini che dobbiamo fare anche se non ne abbiamo voglia, perchè “prima viene il dovere e poi il piacere”, oppure che “un bel gioco deve durare poco”. Ma siamo sicuri che debba essere proprio così? Fare le cose che non ci piacciono, obbligarci a “fare” perchè ci hanno detto che così è giusto.. giusto per chi? Io credo che comunque la vita sia un gioco, che sia bene fare ciò che ci sentiamo di fare se quello che facciamo ci nutre e ci dona la gioia di vivere e l’entusiasmo per andare avanti.

 Ecco perchè occorre prestare attenzione alle proprie sensazioni. Nel momento stesso in cui insorge uno stato di malessere, è indispensabile fermarsi e chiedersi cosa c’è che non va nella nostra vita, cos’è che ci rende infelici. Siccome ci hanno insegnato a chinare la testa e che la vita è sofferenza, spesso ci rassegniamo agli eventi, belli o brutti che siano, e li viviamo come “passeggeri distratti” di una vita che gli altri ci hanno costruito addosso. Ma ci siamo dimenticati che questa vita è la nostra, che siamo noi a doverne prendere le redini, con la consapevolezza che noi, e solo noi, siamo gli unici artefici del nostro destino. Anche se poi, a ben guardare, siamo sempre e comunque solo noi a crearci anche la condizione di “passeggeri distratti”.. ma questo è un altro discorso.

Marzia

Tom alla scoperta del mondo

  • Posted on settembre 16, 2014 at 19:57

Anno 1899, in uno sperduto villaggio dell’Idaho, nel nord degli Stati Uniti, viveva Tom, un ragazzo volenteroso ed intelligente che aveva frequentato le scuole primarie ma poi aveva dovuto interrompere gli studi per aiutare i genitori a lavorare nei campi.

La vita a quel tempo era molto dura, soprattutto i rigidi inverni costringevano le persone a periodi di digiuno se durante la stagione calda i raccolti non erano stati sufficientemente abbondanti.

Fortunatamente la famiglia di Tom possedeva alcune capre e questo permetteva loro di sostentarsi tutto l’anno.

Tom aveva un fratello maggiore, Joshua che, a differenza di lui era un ragazzo dispettoso e lo torturava sempre con mille dispetti.

 

Il grande sogno di Tom era quello di girare il mondo, viaggiare e conoscere le persone.

Un giorno nel paesino ove viveva passò un forestiero a cavallo, aveva girato tutti gli Stati Uniti, da un oceano all’altro, in cerca di fortuna ma ancora non l’aveva trovata.

L’uomo si fermò un paio di giorni a casa del ragazzo e lavorò con la famglia nei campi in cambio di ospitalità.

 

Per il giovane, quell’uomo solitario rappresentava tutto ciò che lui sarebbe voluto diventare, ne era estremamente affascinato!

La notte prima che il cowboy riprendesse il suo cammino, Tom non riuscì a chiudere occhio; gli si palesava davanti una scelta: restare alla fattoria e diventare un fattore come il padre oppure unirsi a quell’uomo e girare il mondo, anche se ancora non sapeva se quest’ultimo avesse acconsentito a portarlo con sè.

Alle prime luci dell’alba si diresse verso il giaciglio di Nelson (questo era il nome del forestiero) per parlare con lui.

“Signor Nelson, mi scusi, vorresi venire con lei. Vorrei girare il mondo.”

L’uomo aveva sentito quella stessa richiesta diverse volte nella sua vita, ragazzi che volevano scappare di casa e sottrarsi al lavoro duro o a una famiglia severa, non era una novità per lui. Ma rispose a Tom nello stesso modo in cui rispondeva a tutti: “Se tuo padre mi viene a stringere la mano e ringraziarmi di darti questa opportunità, potrai venire con me. Non voglio passare per un ladro di ragazzini.”

A Nelson, non sarebbe dispiaciuta un po’ di compagnia. Era stanco di parlare solo con il suo cavallo e quel giovane gli sembrava un ragazzo sveglio.

 

Tom si diresse dalla madre e le raccontò della sua scelta. Sapeva che al padre non sarebbe andato a genio perdere un bracciante e l’intercessione della donna era indispensabile per avere il benestare.

Lei sapeva come prendere il marito, e sapeva anche lui voleva bene ai suoi figli.

Dopo un po’ si sentì aprire la porta e l’uomo si diresse verso il figlio, lo prese per il camiciotto e guardandolo fisso negli occhi gli chiese: “Ora rispondimi, cosa ti manca qui? Perchè non sei felice? Perchè vuoi andare via?”

Tom mise da parte il timore che quell’uomo riusciva ad incutergli, aprì il suo cuore e gli rispose: “Padre, voi non mi avete mai fatto mancare nulla, e di questo vi ringrazio ma so che questo non è il mio posto, almeno non ora. Voglio vedere cosa c’è al di fuori di questo villaggio, voglio conoscere il mondo, solo dopo potrò scegliere dove stare. Ogni giorno mi alzo e il primo pensiero che salta alla mente è – ma che ci faccio qui? – poi la giornata inizia e non ci penso più, fino al mattino dopo. Vi prego padre, datemi l’occasione di viaggiare.”

Egli non seppe dire di no al figlio ma aggiunse: “ti dò un anno, poi dovrai tornare qui e vedremo il da farsi.”

 

Tom prese le sue poche cose e la madre gli preparò un po’ di viveri e si incamminò con Nelson per vivere la sua grande avventura.

La convivenza con il cowboy però non durò a lungo. Il ragazzo si accorse in fretta che quando si fermavano da qualche parte lui doveva lavorare per due, la presenza dell’uomo era gradita solo quando dovevano trascorrere la notte alla ghiaccio poiché egli lo poteva proteggere da eventuali pericoli nei quali potevano imbattersi: le foreste e le radure erano piene di malviventi senza scrupoli.

mappa del viaggio di Tom

Quando arrivarono nella città di Boise, Nelson si dileguò e Tom rimase da solo. Sapeva che doveva trovarsi rapidamente un riparo per la notte e cominciò a girare le botteghe della zona chiedendo a tutti gli artigiani se avevano bisogno di un garzone.

Un panettiere lo prese a lavorare con lui, dandogli la possibilità di dormire nel laboratorio.

Così Tom si fermò un po’ di tempo con lui finchè non imparò a fare il pane.

Poi riuscì a mettersi da parte qualche soldo e prese il treno in direzione dell’Oregon. Voleva arrivare al mare, ma il denaro gli bastò solamente per arrivare ad Ontario.

Qui, come a Boise, si propose come garzone, e un falegname gli diede lavoro, vitto e alloggio.

Era un uomo sulla cinquantina che aveva avuto tre figlie femmine e nessuno dei suoi generi aveva interesse a proseguire il suo lavoro. Sperava quindi di trovare un giovane volenteroso a cui insegnare il suo sapere.

Tom si trovò molto bene ad Ontario, si fermò per un mese abbondante. Con il denaro guadagnato riprese il treno e arrivò a Canyon City ma in questa città non riuscì a farsi assumere da nessuna bottega. Dopo un paio di giorni passati a digiuno e alla ghiaccio, era molto triste e stava pensando di tornare indietro. Proprio quando aveva ormai perso le speranze un’anziana signora molte elegante lo notò e si avvicinatasi prese qualche dollaro dalla borsetta e glielo porse dicendogli: “Ragazzo, mangia qualcosa” dopo di ché si dileguò. Fu come un angelo e fece capire al ragazzo che doveva continuare.

Con quanto regalatogli, riuscì a mangiare e ad acquistare un biglietto per la città di Bend. Lì lavorò come fabbro: il lavoro più duro che avesse mai fatto!

Resistette solo 15 giorni poi ripese il treno in direzione di Salem. Qui si ritrovò a fare il garzone ad un uomo che aggiustava carri e carrozze. Aveva già aiutato il padre in passato a sistemare il loro carro ma quelli erano tutt’altra cosa!

Ora gli mancava davvero poco per arrivare al mare: la prossima tappa era la città di Delake (attuale Lincoln City) e riuscì a raggiungerla il mese successivo.

Si accorse che gli sarebbe stato impossibile tornare a casa entro il tempo richiestogli dal padre; prese carta e penna e scrisse una lettera alla famiglia:

Carssimi genitori,

vi penso sempre con affetto. Sono arrivato a Delake, una città in riva al mare. Vorrei lo poteste vedere anche voi: una distesa d’acqua che va oltre i confini dello sguardo. Qui mi sento in pace. Ogni sera vengo a sedermi sulla spiaggia e posso passare ore ed ore ad ammirare la forza interminabile dell’oceano. Ho conosciuto molte persone durante questo periodo, alcune buone alcune meno. Ho imparato a fare il panettiere, il falegname, il fabbro, il manutentore ed ora lavoro in una pescheria.

Vi scrivo per dirvi che non riuscirò a tornare entro l’anno. Ma sono intenzionato a farlo. La consapevolezza che ho acquisito era ciò che ho sempre cercato.

 

L’esperienza che ho acquisito era ciò che ho sempre cercato. Il tempo che ho trascorso in solitudine mi ha aiutato ad ascoltarmi maggiormente, a portare l’attenzione dentro me stesso e questo mi ha fatto comprendere l’importanza che ha prendere consapevolezza di tutte le emozioni che ci attraversano continuamente.. conoscere meglio me stesso mi ha aiutato a vivere più serenamente, ad affrontare i momenti più difficili. Soprattutto, mi ha insegnato ad osservare le persone e ho scoperto che ogni persona ha una scintilla, alcuni sanno seguirla e vivono nella luce, altri invece non riescono a vederla e passano l’esistenza nell’oscurità, presi da questo o quell’affare.

Vi sembrerà strano ma conoscere le persone mi ha fatto comprendere meglio me stesso: in ognuno di noi c’è l’onesto ed il ladro, il generoso ed il tirchio; in ognuno di noi c’è tutto, sta a ciascuno di noi scegliere a quale parte di noi stessi dare retta.

 

Ho trovato una grande gioia nello scoprire dietro allo sguardo delle persone quella scintilla di cui vi ho parlato.. Così mi sono spesso divertito a smantellare quella maschera che spesso le persone più “dure” indossano per sembrare più forti. Riuscire a farle sorridere è stato bellissimo!

La cosa più importante che ho capito è che se vuoi veramente raggiungere un obiettivo, le cose arrivano! Nei momenti in cui mi sono trovato più in difficoltà, è sempre arrivata una persona sul mio cammino ad aiutarmi. Era come se l’universo, il buon Dio, mi tendessero la mano.

Ora il mio obiettivo è tornare da voi con il denaro sufficiente per farvi trascorrere una vecchiaia dignitosa.

Non temete, magari ci metterò un paio d’anni, ma questa è una promessa!

Con affetto, Tom.

 

La lettera arrivò a casa dei genitori due settimane più tardi facendo traboccare gli occhi di lacrime di commozione.

Intanto Tom rimase a Delake, imparò anche a fare il pescatore ed un bel giorno, si propose l’occasione propizia.

Si trovava nella periferia ovest della città per una cosegna di pesce quando vide una carrozza molto lussuosa arenata sul cilio della strada.

Si avvicinò per vedere se avessero bisogo di aiuto.

Si trattava del governatore dell’Oregon e della sua famiglia che stavano andando a Portland dopo una visita istutizionale in città.

La carrozza aveva un problema ad una ruota. Il cocchiere stava faticando già da un pezzo per cercare di risolvere il problema senza esito.

Tom, grazie all’esperienza ancquisita a Salem, riuscì a capire come aggiustare la ruota.

Per riconoscenza il governatore gli diede una grossa cifra in denaro.

 

Felice per quanto ottenuto, il ragazzo tornò verso il centro e passò davanti all’ippodromo.

Non era solito fermarsi in quei posti ma qualcosa gli diceva di entrare.

 

Vedendo l’elenco dei nomi dei cavalli, gli balzò agli occhi uno che si chiamava Nelson.

Sentì come se si fosse accesa una lampadina.

Puntò la metà del denaro datogli dal governarore su quel cavallo.

Un’ora dopo si ritrovò tra le mani tanto denaro quanto avrebbe potuto guadagnare in 10 anni di lavoro.

Tra sè ringraziò il buon Dio.

Tornò alla pescheria ove lavorava, salutò tutti, prese un biglietto del treno per Boise e tornò a casa.

 

Nel piccolo paesino dell’Idaho ancora oggi, si può ammirare la statua che gli abitanti hanno eretto a memoria del loro benefattore che rese il villaggio prospero per molte generazioni.

 

Cosa ne pensi di questa storia? Scrivi il tuo commento!!

La Gratitudine

  • Posted on maggio 27, 2014 at 07:27

La Treccani definisce il termine gratitudine così: sentimento e disposizione d’animo che comporta affeto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare (sinonimo di riconoscenza ma può indicare un sentimento più intimo e cordiale), nutrire gratitudine per o verso qualcuno.

gratitudine

La frase sott’intende che questo sentimento è provato da una persona nei confronti di un’altra.

Ma usciamo dai canoni dell’ordinario concepire e immergiamoci nello STRA-ordinario concepire, ecco che una parola che ha una definizione apparentemente ovvia, si stravolge….

 

Chi è la prima persona a cui devi la tua gratitudine? Pensaci un attimo….

A tua mamma? tuo padre? alla persona che ti ha aiutato a uscire da quella brutta situazione?

 

Ebbene…. NO la prima persona che devi ringraziare sei TU!

Si, la tua parte spirituale, quella che brilla in ognuno di noi.

 

IO SONO VIVO….GRAZIE

(ripetila tutte le mattine, ad occhi chiusi)

 

Questo è un esercizio tanto banale quanto potente!! (Dura meno di un minuto, quindi necessita solo un po’ di costanza!)

Quando ci si alza dal letto, la macchina cervello entra in azione e si pensa: oggi devo fare quello, questo, ecc… e si corre… quanto è frenetica la nostra vita!

 

Prima di iniziare la giornata, fermati un attimo e ripetiti la frase “io sono vivo, grazie” questo banale gesto ti porta a consapevolizzare che ogni cosa intorno a te è effimera e che l’unico tempo che davvero esiste è il tempo presente.

Se ti trovi più a tuo agio, puoi rivolgere il tuo grazie a Dio, l’esercizio funziona lo stesso, ma sappi che tu sei già un essere divino! La tua parte spirituale è divina!

Per questo rivolgere la tua gratitudine a te o a Dio è la stessa cosa…

La Religione Cattolica ci insegnato che Dio è qualcosa al di fuori di noi, ma altre Religioni e dopo tanti anni dedicati alla Crescita Personale, ti posso assicurare che ognuno di noi ha una scintilla di divinità. Bisogna solo farla risplendere!

 

Quando la frase “io sono vivo… grazie” viene detta con un vero sentimemento di gratitudine, ecco che appena apriamo gli occhi, anche se il contesto intorno non è cambiato, ci si sente mutati dentro.

Non ci sono parole per descrivere come ci si può sentire. Bisogna solo provare!

Per portare questo tipo di attenzione durante tutta la giornata, puoi metterti in tasca una pietra, grande quanto una gomma da cancellare, e ogni volta che inserendo la mano in tasca troverai la pietra, stringila nel pugno e ripetiti: GRAZIE! Così facendo farai riaffiorire il sentimento di gratitudine e tutti gli annessi positivi ad esso collegati.

 

Ora ti chiedo di provare…. chiudi gli occhi e ripetiti la frase un po’ di volte: IO SONO VIVO… GRAZIE

……….

Fatto?… Come stai? Come ti senti? Cosa stai provando? Riesci a percepire il sentimento di gratitudine?

 

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LO SCOPO DELLA VITA

  • Posted on marzo 18, 2014 at 12:31

Gruppo di monaci Buddhisti

Antonio non era affatto felice di come stava andando la sua vita.

Aveva un lavoro che non gli piaceva.

Quando era giovane voleva fare il falegname ma i suoi genitori lo avevano spinto ad accettare un impiego da operaio in fabbrica, invece di fare il garzone in un laboratorio artigianale.

“Scegli la fabbrica, è un lavoro sicuro e la paga è più alta.” Questi furono i consigli ricevuti e lui, sedicenne assetato di libertà, non vedeva l’ora di avere l’indipendenza economica per poter fare tutte quelle cose che già faceva suo fratello maggiore: avere la vespa, offrire una cena alla sua ragazza, passare una domenica al mare…. con la paghetta settimanale, a mala pena riusciva ad andare a ballare il sabato sera.

Così, spinto da tutti quegli stimoli, si dimenticò del suo sogno di bambino e accettò il lavoro in fabbrica.

In 25 anni cambio alcune aziende, ma la sua condizione restò immutata.

A 24 anni si innamorò follemente di Marina e dopo pochi mesi che si frequentavano, lei restò incinta e un matrimonio riparatore, ai quei tempi era doveroso. Lui era ancora così follemente innamorato che fu felice di sposarsi, anzi, ai suoi occhi di ragazzo gli sembrava il lieto fine di una bella storia d’amore.

Lei invece si era sposata soprattutto per uscire da una famiglia severa che non le dava la possibilità di esprimersi. Antonio era carino, affettuoso ed era certa sarebbe stato anche un buon padre.

Sei mesi dopo arrivò Matteo.

La vita coniugale, dopo l’arrivo del bambino si dimostrò più dura del previsto….

Antonio, dopo solo un anno di matrimonio, cominciava a rendersi conto che quel grande fuoco di passione si stava affievolendo e dall’altra parte non sentiva l’amore che avrebbe voluto.

In queste condizioni, il loro matrimonio durò addirittura 9 anni e poi, di comune accordo, si separarono. Si sentivano due estranei che coabitavano. Questa condizione era diventata routine ma non giovava a nessuno.

Una mattina, Antonio, si sveglia per andare al lavoro, si guarda allo specchio e si chiede: “Perchè sono qui? Che scopo ha la mia vita?”

Da quel momento cercò le risposte in sé stesso e nel quotidiano. Provò a confidarsi con un amico ma si accorse in fretta che quelle orecchie non erano in grado di comprendere ciò che provava.

Si rifugiò nel web. Internet aveva le risposte a molte domande…. bisognava solo avere la pazienza di trovare la risposta giusta.

In poco tempo era diventato un esperto di tutti i siti di crescita personale. Ogni sito sembrava offrire un metodo infallibile per stare meglio con se stessi, pur trovando tante informazioni molto interessanti, nessuno lo eccitava particolarmente.

Iniziò a fare le prime sperimentazioni e dal principio si sentiva davvero stupido, però alcune, doveva ammetterlo, erano in grado di farlo stare bene.

Una sera, “per caso” vide via web la locandina che a Milano, la domenica successiva, c’era un incontro con un gruppo di monaci buddhisti vicini al Dalai Lama aperto al pubblico. Era sufficiente iscriversi e lo fece.

Arrivò alla sala congressi dove si sarebbe tenuta la conferenza e già l’energia di gioia ed amore gli piacquero e lo fecero sentire a suo agio. Fece subito amicizia con alcune persone.

Lui era assolutamente digiuno della cultura buddhista ma le parole che sentì erano quelle che attendeva di udire da almeno un ventennio.

Quel giorno prese una decisione che avrebbe cambiato la sua vita….

I monaci davano l’opportunità a 20 persone presenti in sala, di essere loro ospiti per 14 giorni nel loro santuario nel nord dell’India. Veniva poi solo richiesta un’offerta in base alle capacità economiche della persona.

Antonio era eccitato e spaventato. Non pensò nè al lavoro, nè a suo figlio e ad altro. Fece quello che il suo cuore gli diceva che era giusto fare: prenotarsi un posto nel monastero.

E lo fece. Appena uscì dal centro congressi, una paura folle lo divorò: “Sei un pazzo” si diceva fra sé “e se non ti danno le ferie, cosa fai? Ti licenzi? E poi di cosa vivi? Ricordati di Matteo….” iniziava a pensare che forse era meglio la grigia vita che si era costruito, poi si convinse che era meglio dormirci sù….

Il mattino seguente, lunedì andò a lavorare come sempre. I discorsi dei suoi colleghi, futili e frivoli quel giorno lo irritavano: si sentiva lontano da loro, iniziava a comprendere che un cambiamento dentro di lui era già in atto.

Si fece coraggio e andò a parlare con il suo responsabile. Senza andare troppo nel dettaglio, gli disse di aver “vinto” un viaggio in India e che gli servivano le ferie. Il suo interlocutore era un ragazzo giovane ma molto in gamba. Conosceva la serietà di Antonio e dopo un paio di controlli gli diede le ferie richieste.

Anche se ancora con tanta paura e poca convinzione, comprò il biglietto aereo.

Il giorno della partenza si avvicinava; due erano i sentimenti che gli riempivano il cuore: la paura e l’eccitazione.

Finalmente era arrivato al tempio e l’esperienza che gli avrebbe cambiato la vita stava per cominciare.

Quello che successe in India è confidenziale.

Sappiate però che per Antonio fu l’inizio di una nuova vita.

Si licenziò e rimase ben 3 mesi in quel monastero. Imparò a conoscere la parte più profonda di lui e quando fu pronto a lasciare quei luoghi, venne in pellegrinaggio una donna di Pavia che insegnava da anni crescita personale in un centro da lei fondato nella sua città. Che coincidenza!!

Tra di loro nacque subito una stima ed affetto profondo.

Tanto che, al termine delle due settimane, Tania (questo era il nome della donna) lo invitò a tornare in Italia per aiutarla a dirigere il suo centro.

Ora Antonio e Tania sono due persone felici che hanno trovato il vero Amore e il loro scopo nella vita. Ancora oggi, a distanza di anni, si dedicano con passione a tutti i loro studenti.

Sono felici e la vita gli sorride!

Antonio è lo stereotipo di moltissimi di noi ma ha scelto di aprire gli occhi e di non far tacere la vocina che sentiva nel profondo del suo cuore.

E tu? Quanto ti sei immedesimato/a con Antonio?

Tu hai trovato il tuo mentore? Hai capito il tuo scopo nella vita?

Scrivi qui sotto i tuoi commenti….

by MeditaMente

(Se ti ho incuriosito, puoi approndire il tema del Buddhismo cliccando QUI )